In memoria del Prof. DARIO GNEMMI
La persona è il punto di partenza e il punto di arrivo della moralità. Giannino Piana
È solo in riferimento a persone libere e responsabili che ha senso parlare di etica (non esiste un’etica per gli animali o le piante); e, nello stesso tempo, fine di ogni etica che si rispetti dev’essere il pieno sviluppo della persona. Anche se oggi è difficile raggiungere punti di vista comuni sulle questioni etiche, nessuno osa mettere in discussione la dignità della persona, e tutti concordiamo, almeno a parole, con Kant (secondo cui la persona dev’essere sempre considerata come fine e mai come mezzo) e con Rosmini (per il quale la persona è “il diritto sussistente”).
Dobbiamo porci due domande: Che cos’è la persona? Chi è persona?
Riguardo alla prima, vedremo quando sia nata la nozione di persona e ci soffermeremo su tre filosofi del Novecento che hanno messo la persona al centro della loro ricerca filosofica: Scheler, Mounier e Maritain.
La seconda domanda è diventata ultimamente di grande interesse, perché, nei recenti dibattiti sulla bioetica, si è sostenuta da più parti una separazione tra la nozione di persona e quella di uomo: per esempio, embrioni umani, malati mentali gravi e individui in stato di coma irreversibile non sarebbero persone. Per contro, Evandro Agazzi fa notare che sta affiorando l’idea (nelle discussioni sull’intelligenza artificiale) che certe macchine potrebbero essere “persone”, a cui spetterebbero diritti civili. Lo stesso Agazzi, però ci ricorda che il linguaggio comune non ammette alcuna separazione tra uomo e persona, considerati sinonimi. Tradizionalmente, persona è una descrizione di ciò che un essere umano è. Anche in ambito giuridico, il significato della dottrina dei diritti umani consiste nel riconoscere ad ogni essere umano la dignità di una persona. I diritti non sono condizionati al fatto che gli uomini debbano, in aggiunta, essere persone, anzi sono stati formulati per evitare discriminazioni tra gli uomini, perché si ritiene che l’uomo abbia un particolare valore (a cui corrispondono dei diritti) proprio a motivo del suo essere naturalmente persona. Quando questo valore non è riconosciuto, abbiamo la schiavitù, il razzismo…
Iniziamo a cercare di rispondere alla prima domanda: quando è nato, storicamente, il concetto di persona?
I filosofi greci lo ignorano. Parlano certamente dell’uomo, ma non gli attribuiscono quel valore che gli riconosce invece il pensiero ebraico-cristiano, in quanto oggetto dell’amore di Dio. Vedi il Salmo 8.
Col Cristianesimo, l’uomo acquista una dignità ancora maggiore, perché Dio stesso si fa uomo.
“Sostanza”: ciò che è in sé, e non in altro (¹accidente); non ammette gradi, o c’è o non c’è.
“Individuale”: indivisa, unita in sé, distinta da altre.
“Natura”: principio dinamico, attività.
“Razionale”: capacità di stabilire rapporti (ratio), relazioni.
“Persona”, dunque, indica una sostanza dinamicamente in relazione, aperta a ciò che è altro da sé.
Il concetto di persona si precisa nell’ambito delle controversie teologiche sulla Trinità (un’essenza e tre persone, in relazione tra loro): si applica in primo luogo a Dio e analogicamente all’uomo.
In latino, persona significa maschera, personaggio identificato dalle relazioni con altri personaggi.
Nella Patristica, Dio è persona perché Dio è relazione, è pluralità e differenza nell’unità. Infatti, Dio è amore, e l’essere autentico della persona è la relazione fondata sull’amore. Sulla relazione insistono soprattutto Agostino e Tommaso d’Aquino. Il Dio cristiano non è una sostanza monolitica, un assoluto in sé conchiuso, ma è Uno e Trino, e comprende in sé la pluralità e la differenza (il Padre non è il Figlio), pur essendo ciascuna Persona pienezza di essere. Le tre Persone non sono essenze, ma relazioni sussistenti, non sono né identiche né opposte, ma comunicanti in una relazione circolare in cui ciascuna è in quanto ama.
· Secondo Mounier, l’amore non si aggiunge alla persona come un di più, un lusso; senza l’amore, la persona non esiste.
· Secondo Scheler, l’amore, per la persona, è “l’abitazione del suo esistere”, “la legge che regola la struttura del suo ambiente”.
· Secondo Marcel, l’amore è “la vita che cambia centro”.
Amare significa uscire da sé, scoprire che, proprio poiché possiamo donarci, siamo liberi. Posso donare solo ciò di cui dispongo pienamente, per cui fino a che non mi dono non ho la prova di essere veramente libero. E’ veramente nostro solo ciò che condividiamo. Ci fa ricchi quello che doniamo.
Nell’età moderna, la natura razionale rimane il tratto distintivo della sostanza persona, ma la ragione è intesa come relazione non più con ciò che è fuori di noi, ma con se stessi. L’autocoscienza è il dato primario: si tratta, allora, di una coscienza chiusa. Per tale modo di pensare, io ho prima di tutto coscienza di me, poi di tutte le altre cose, che però io ritrovo solo come idee in me stesso (idealismo gnoseologico). La mia anima è uno specchio che riflette la realtà, ma io conosco la realtà solo attraverso tale specchio. Un esempio è la monade di Leibniz. Ma anche Locke sostiene che la persona sia un essere intelligente, pensante che può considerare se stesso, cioè la cosa pensante che egli è, in diversi tempi e luoghi. Quel che conta è il rapporto del soggetto con se stesso. Si impongono la autonomia ed autosufficienza della persona, non la relazione e l’interdipendenza. Es: Robinson Crusoe.
Il Novecento recupera la nozione di persona come relazione con qualcosa che è fuori di sé (intenzionalità della coscienza). Interessante è il fatto che la filosofia preferisca accantonare l’idea di ragione, come espressione di questa relazione, proprio per marcare la differenza con l’età moderna, che ha identificato la ragione con l’autocoscienza.
Max Scheler (1874-1928), discepolo di Husserl, pone la persona al centro della sua etica: Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori (1913-16), considerata la sua opera più importante, reca come sottotitolo Nuovo tentativo di fondazione di un personalismo etico. Ciò che caratterizza la persona non è la ragione (intesa come autocoscienza o intelligenza operativa), ma lo spirito, che è trascendenza, intenzionalità. “All’essenza della persona pertiene il fatto di esistere e vivere unicamente nel processo di compimento di atti intenzionali”. La persona è inoggettivabile, si rivela negli atti che compie, ma non si esaurisce in quelli: un bacio rivela l’amore, ma non si identifica con l’amore. La persona non può mai essere veramente compresa a partire da quello che fa, ma da ciò verso cui tende (cf. Abelardo e l’importanza dell’intenzione).
Ogni atto è intenzionale, perché è aperto ai valori, essenze oggettive e assolute che esistono indipendentemente dalla persona, che la persona accoglie, ma di cui non è la fonte. Il movimento verso i valori è l’amore. I valori, che cogliamo non con la ragione, ma coll’intuizione sentimentale (Cf. Pascal), ci si presentano in un ordine gerarchico ben preciso: sensoriali (piacevole), vitali (salute), spirituali (bello, giusto, vero), religiosi (santo).
Quel che fa sì che l’uomo sia persona è la sua emancipazione esistenziale da ciò che è organico, la sua libertà di dire no alla vita, cioè anteporre ai valori vitali quelli spirituali o del sacro. L’uomo non ha mai considerato la vita come il più alto dei beni da conseguire, ma questo fatto non si spiega da un punto di vista biologico: se l’uomo non è riducibile ad una dimensione meramente biologica, non si può fondare l’etica su principii biologici. Quando ci si fonda sulla biologia, come nel Nazismo, si finisce per cadere in una tanatologia: prevale cioè la scienza della morte su quella della vita.
Anche il rispetto buddista per ogni forma di vita, per ogni senziente, non si basa su di un principio biologico (non assolutizza i valori vitali, anzi considera l’attaccamento alla vita come negativo), ma è la conseguenza di un valore spirituale: la bontà.
Così, l’essenza dell’uomo è trascendere se stesso: la persona è teomorfa, è orientata a Dio.
Agostino: il nostro cuore è inquieto finché non riposi in Te.
Pascal: “L’uomo eccede infinitamente l’uomo”.
Kierkegaard: ogni cosa è della stessa qualità di ciò con cui viene misurata. Per l’uomo, ciò che qualitativamente è la sua misura, eticamente è la sua meta (La malattia mortale). L’uomo non è limitato, ma è tanto più valorizzato quanto la misura è più grande di lui: “Che accento infinito ricade sull’uomo quando riceve come misura Dio!”.
Scheler: solo l’amore consente, alla persona indirizzata dall’amore al valore più alto, la comprensione totale dell’altro, anch’egli riconosciuto nella sua tensione al valore più alto. “L’amore moralmente valido non ama le proprietà, le doti, le attività di una persona, ma ama la persona per se stessa, continuerà ad amarla anche quando muteranno le proprietà e le attività”. Queste idee influenzano la filosofia cattolica del Novecento: Es. Wojtyla (Persona e atto), Mounier.
Emmanuel Mounier (1905-1950) fonda la rivista Esprit (1932), attorno alla quale nasce il movimento del personalismo comunitario, le cui linee programmatiche sono esposte nella raccolta Rivoluzione personalista e comunitaria (1935) e nel Manifesto al servizio del personalismo (1936).
Anche per Mounier, la persona è il centro invisibile di una presenza spirituale, inoggettivabile ed indefinibile, a cui tutto si riporta, corpo ed anima, pensiero ed azione. Ha tre dimensioni:
Dire persona significa dire comunità (mai totalitaria e assoluta, perché l’unico assoluto è Dio: il mondo è relativo, come ben sa chi ha un riferimento oltremondano): né individualismo né collettivismo.
Il riferimento religioso è ben presente anche in Jacques Maritain (1882-1973), amico di Mounier ed importante esponente del neotomismo, movimento che, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, segna la riscoperta dell’attualità del pensiero di Tommaso d’Aquino. La proposta di Maritain è quella di un “umanesimo integrale” che valorizzi ogni persona come centro di libertà e comunione, secondo l’intelligenza e l’amore, in una società democratica e giusta.
La persona ha una radice metafisica: ogni uomo è persona per essenza. Ma è anche il compito di una vita. “L’uomo deve guadagnarsi la sua personalità come la sua libertà e deve pagarla a caro prezzo” (Distinguere per unire). La persona, che non va mai persa sul piano metafisico, può subire molti scacchi e fallimenti su quello psicologico e morale, a causa delle nostre meschinità, vanità,cattive abitudini e predisposizioni ereditarie, e del nostro egoismo. “Colui che è persona, e sussiste tutto intero della sussistenza della sua anima, è anche indivisibile nella specie e polvere nel vento” (Ib.). Per questo, affinché la radice metafisica della persona si attui, l’uomo ha bisogno dei suoi simili. La società è necessaria al compimento della dignità umana, in primo luogo in virtù di quell’apertura alla conoscenza e all’amore che è caratteristica della persona in quanto essere relazionale, in secondo luogo in ragione dei suoi bisogni (tra tutti gli animali, il piccolo dell’uomo è il più bisognoso di cure, il meno autosufficiente).
Il rapporto con la società è, però, dialettico. Ne La persona e il bene comune, Maritain afferma: “L’uomo trova se stesso subordinandosi al gruppo; il gruppo raggiunge il suo fine solo servendo l’uomo e sapendo che l’uomo ha una vocazione che il gruppo non contiene”. L’uomo, come individuo biologico, è parte del tutto, si deve sottomettere al gruppo, ma, come persona, è un tutto nel tutto (“il concetto di parte si oppone a quello di persona”, dice Tommaso). Il modello è la Trinità: “Tantum est Pater quanta tota Trinitas” (Tommaso). Non si può subordinare la persona al tutto: lo Stato può impormi l’uso delle cinture di sicurezza, ma non la meta dei miei viaggi. Il fine dello stato è il bene comune, che è diverso dalla somma dei beni privati (concezione liberale) ed è diverso dal bene di un tutto che sacrifica a sé le parti (concezione etica, preludio ai totalitarismi). Il bene comune esige il riconoscimento dei diritti fondamentali della persona, deve favorire il massimo sviluppo possibile della persona: deve perciò riconoscere che la persona è ordinata ad un fine che trascende lo Stato: il Sommo Bene, cioè Dio.
Grazie a uomini come Giorgio La Pira (1904-1977), giurista deputato alla Costituente, sindaco di Firenze, questa posizione è arrivata anche nella nostra Costituzione (art. 3).
Che cos’è la persona? Possiamo ormai rispondere che la persona è un essere spirituale sussistente, inoggettivabile ed indefinibile, caratterizzato da unità psicofisica, che si realizza pienamente solo in una relazione d’amore con gli altri e di apertura al trascendente. Nello stesso tempo, la relazione con gli altri trova spesso difficile tradursi in concreti atti d’amore, il che fa sì che la persona sia anche sempre segnata dalla sofferenza (abbiamo bisogno di dare e ricevere amore e comunione, e ci troviamo a soffrire per l’indifferenza e l’incomprensione).
Un’etica riferita alla persona, quindi, non può essere fondata né su princìpi biologici, né sul piacere o sull’utile, né sul dovere per il dovere (come l’etica formale di Kant), ma sull’amore e la libertà, cioè sulla (cor)responsabilità, intesa come capacità di rispondere ad una chiamata e di prendersi cura di chi ci vive accanto. La chiamata all’amore è una chiamata alla libertà.
L’azione responsabile è libera anche perché consapevole di essere umana, limitata, imperfetta. Non cerca di autogiustificarsi (come l’azione ideologica); è libera di violare una legge e assumersi una colpa. Es: Bonhoeffer (1906-1945), pastore luterano, impiccato per cospirazione contro Hitler.
L’esistenza di valori assoluti non comporta un unico ethos, ma ne implica la pluralità, perché io non sono chiamato a realizzare il Bene in Sé (non ne sarei capace!), ma il “Bene in Sé per me”, hic et nunc. Se i valori sono relativi, storici, ci condizionano senza che possiamo criticarli: si scade nella uniformità, imposta a tutti dai pochi capaci di “fare tendenza”. Ne conseguono relativismo ed omologazione!
Che cos’è, in una parola, la persona? Amore!
Chi è persona? Solo nell’amore lo comprendiamo!
“Se conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede in modo da spostare i monti, ma non avessi amore, non sarei nulla”. S. Paolo
PAOLA PAGANI