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Liceo G.Spezia di Domodossola


L'Italia è fatta. E l'italiano?

Ciclo di conferenze: Che Storia è questa?

di Gaudenzio D'ANDREA

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In memoria di A.Algieri, D.Gnemmi e C.Pagliano

 

Una storia o tante storie? Ho scelto di ripercorrere in breve le vicende della lingua italiana perché mi sembra un buon punto di osservazione sui 150 anni di unità nazionale. Nella prima parte della conferenza metterò in evidenza le tappe principali che portarono al raggiungimento dell'unità linguistica del Paese; nella seconda mi soffermerò sullo stato di salute dell'italiano (e della società italiana) al giorno d'oggi.


--– PRIMA PARTE Dalle origini all'unità nazionale ---


Le origini

L'italiano è una lingua neolatina, come il francese o lo spagnolo. Deriva quindi dal latino e si è andata differenziando dalle altre parlate simili per via di complessi fenomeni di sostrato (le lingue parlate prima della conquista romana) e di superstrato (le lingue portate dagli invasori). Esempi di lingua volgare, chiaramente distinta dal latino, compaiono in Italia già prima del 1000, ma soltanto con la diffusione della lirica siciliana e poi di quella stilnovista nasce la coscienza di un idioma unitario, definibile con il nome di lingua italiana. Fondamentale il contributo della Divina commedia del fiorentino Dante Alighieri (1265-1321), che sarà per secoli autorevole modello letterario e simbolo dell'unità culturale del Paese.

La frammentazione politica della Penisola, protrattasi fino al 1860, spiega il fiorire dei dialetti, cioè delle varietà locali della lingua italiana. Secondo Dante i dialetti italiani principali sono 14, ma nel De vulgari eloquentia il poeta fiorentino ammette che ogni quartiere in Italia ha una sua parlata particolare. I dialetti italiani vengono oggi divisi in tre gruppi: dialetti settentrionali, meridionali e il toscano.

La questione della lingua

Nel '500 scoppia la questione della lingua. Tre le tesi più significative quella classicista, sostenuta da Pietro Bembo (1470-1547), per cui chi scrive deve attenersi ai modelli di Petrarca (1304-1374) e Boccaccio (1313-1375); la tesi cortigiana, sostenuta da Baldesar Castiglione (1478-1529), per cui la lingua di riferimento sarebbe quella eclettica in uso nelle corti, in particolare a Roma; infine la tesi fiorentina di Niccolò Machiavelli (1469-1527), che afferma la superiorità del fiorentino parlato come lingua nazionale. Prevale la tesi del Bembo e la lingua italiana viene congelata per secoli: sul finire del '500 nasce l'Accademia della Crusca, tuttora esistente, con lo scopo di elaborare il dizionario ufficiale della lingua italiana basato sugli autori fiorentini del '300, eliminando appunto la “crusca”, cioè le impurità che nel frattempo avevano contaminato tale prestigioso modello.

E' importante sottolineare che nelle accademie si discute di lingua letteraria, mentre il popolo continua a valersi del proprio dialetto. Nel frattempo il latino sopravvive parallelamente all'italiano come lingua della scienza e della Chiesa, continuando ad arricchire il nostro lessico di termini di derivazione dotta.

L'unità nazionale

Fino alla metà dell'800 nell'uso orale predomina il dialetto. L'italiano è lingua letteraria, o lingua morta, evitata persino dai ceti elevati1. I nostri letterati rimangono tenacemente puristi e classicisti: i modelli di riferimento per Giacomo Leopardi (1798-1837) sono Petrarca e Torquato Tasso (1544-1595). Perfino Fratelli d'Italia di Goffredo Mameli (1827-1849) propone termini aulici o antiquati quali “speme” e “coorte” (intesa immancabilmente come “corte” dagli ascoltatori).

Alessandro Manzoni (1785-1873) segnò un punto di svolta. Egli diede alla “questione della lingua” una dimensione nuova: non più dibattito tra e per letterati, ma problema nazionale con forti implicazioni etiche. Egli comprese che per diffondere nel popolo una coscienza nazionale bisognava farsi capire dal popolo stesso, evitando gli errori commessi poco tempo prima dai rivoluzionari napoletani come Vincenzo Cuoco (1770-1823), che non erano stati in grado di portare la gente dalla loro parte.

Manzoni scartò la poesia, irrimediabilmente legata alla tradizione aulica petrarchesca, e scelse il romanzo, che gli avrebbe permesso di sperimentare una lingua media e popolare. Ma quale? All'epoca la lingua letteraria era per il popolo come il “latinorum” con cui don Abbondio tenta di confondere Renzo. Occorreva dunque una soluzione nuova, cui Manzoni arrivò per tentativi successivi che lo impegnarono per un ventennio. Dopo la lingua eclettica del Fermo e Lucia passò al toscano letterario dei Promessi sposi del 1827. Infine l'illuminazione, grazie al soggiorno a Firenze dove trovò la lingua popolare e assieme colta che andava cercando.

Dunque non una nuova lingua costruita in laboratorio, ma una già esistente e viva: il fiorentino moderno sarebbe diventato l'italiano, proprio come il castigliano si è identificato con lo spagnolo.2Pubblicata la definitiva versione del romanzo nel 1840-2, Manzoni propugnerà la sua soluzione in numerosi scritti3, suggerendo anche interventi concreti come l'assunzione massiccia di docenti toscani e la distribuzione di dizionari economici. Nel 1862 verrà nominato presidente della Commissione per l'unificazione della lingua.

Dopo l'unificazione

Nella lotta contro l'analfabetismo e per la diffusione dell'italiano la scuola ebbe un ruolo determinante, assieme alla burocrazia statale, al servizio militare e ai mezzi di comunicazione di massa. Dal 1877 (Legge Coppino) in Italia furono resi obbligatori i primi tre anni della scuola elementare. Tuttavia le condizioni sociali, in particolar modo al Sud, fecero sì che la piaga dell'analfabetismo regredisse con grande lentezza, protraendosi fino al secondo dopoguerra, quando gli impressionanti fenomeni di migrazione interna ridisegneranno la geografia italiana, accentuando la crisi dei dialetti. Nel 1965 fu resa obbligatoria la scuola media inferiore. Intervento a mio parere in parte vanificato dalla riforma del 1977 che, eliminando il Latino dai programmi, minò alle fondamenta le competenze linguistiche degli studenti.

In campo letterario dopo l'unità continuò ad avere un peso determinante il capolavoro manzoniano: romanzieri come Svevo4, Pirandello, Pavese5 e Silone si attennero all'italiano medio, evitando il dialetto anche quando si trovarono a descrivere contesti umili, contadini. Essi preferirono raggiungere il più ampio pubblico possibile, a costo di falsare in qualche modo il loro soggetto facendo parlare i personaggi in una lingua estranea. Non mancarono soluzioni diverse, ma sempre isolate e minoritarie. Notevole l'esperimento di Giovanni Verga (1840-1922), che nei Malavoglia inventò un linguaggio nuovo, fatto di lessico toscano e sintassi siciliana, ma per l'appunto senza incontrare grande successo. Successo di pubblico che premia oggi Andrea Camilleri (1925), che combinando italiano e siciliano ha insegnato a tutta l'Italia a comprendere (ma non a usare) termini quali “taliare” (“guardare”) o “spiare” (“domandare”) 6.

 

--- SECONDA PARTE L'italiano oggi ---


Il ritorno dell'analfabetismo

Negli ultimi anni la scuola italiana, già benemerita nella lotta all'analfabetismo, è finita sul banco degli imputati a causa dei risultati deludenti delle prove O.C.S.E. P.I.S.A. (Programme for International Student Assessment) a partire dal 2000. Nell'ultimo test è risultato che il 62% dei quindicenni italiani scolarizzati non possiedono le abilità di base per comprendere un testo scritto, contro il 46% registrato nei Paesi O.C.S.E La precarietà della situazione è confermata dai recenti risultati della verifica, compiuta dall'I.N.Val.S.I. e dall'Accademia della Crusca, sulle prime prove svolte agli esami di Stato 2007. Più della metà dei temi sono infatti risultati insufficienti, contro il 19% di voti insufficienti assegnati dalle commissioni d'esame.

Metà dei giovani italiani corre dunque il rischio di diventare analfabeta funzionale, ovvero persona che sa tecnicamente leggere e scrivere, ma non possedendo delle vere e proprie abilità linguistiche può essere considerata “illetterata”, come il povero Renzo di manzoniana memoria. Miglioramenti non se ne vedono all'orizzonte per ora7: purtroppo, per via dell'impostazione idealistica data da Giovanni Gentile (1875-1944) al nostro sistema educativo, la formazione dei docenti di Lettere è essenzialmente storico letteraria ed essi non sono preparati a insegnare la lingua.

Come prima conseguenza del basso livello culturale della popolazione italiana troviamo un fenomeno preoccupante nella sua persistenza: gli italiani leggono poco, meno della media europea. Il 37% dichiara di non leggere mai. La spesa per la cultura in Italia incide per il 6,9% sui consumi, contro il 9,5% in Europa (Istat 2005). Gli italiani che comprano un quotidiano sono da sempre il 10% della popolazione, la metà che nel resto del continente europeo. E la spesa per la carta stampata è stata la prima voce tagliata dai bilanci famigliari con l'arrivo della crisi economica.

L'italiano e i dialetti

I dialetti spariranno? Negli anni '60 Italo Calvino ne era convinto: mass media e scuola, oltre ai pregiudizi contro il dialetto, a suo parere non lasciavano scampo al nostro patrimonio di parlate locali. Invece le indagini Istat dimostrano che lo stato di salute del dialetto in Italia è oggi migliore di quanto si pensi. E' vero che ormai solo il 5% degli italiani, per lo più anziani, parla esclusivamente dialetto. Ma è anche vero che il 26% dei giovani parla sia dialetto che italiano, in famiglia e con gli amici8.

La situazione tuttavia è più complessa di quanto possa dire una statistica del genere. Dal 1860 i dialetti hanno continuato a italianizzarsi soprattutto nel lessico, ad esempio è man mano scomparsa dall'uso la ricca terminologia del mondo contadino. Più che altro oggi si parlano varietà regionali dell'italiano, diverse dalla lingua nazionale solo per una patina, a volte poco più che una pronuncia. Ad esempio il presunto “romanesco televisivo” non è certo il dialetto delle poesie di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863)9. Quando, in una nota pubblicità, Christian De Sica10 dice “te devo salutà” anziché “ti devo salutare” e “a perifrastica” per “la perifrastica”, non comunica in romanesco, bensì in un italiano locale adatto a un contesto non formale.

Non è facile oggi usare il dialetto, cioè essere bilingui: richiederebbe, oltre alla conoscenza del medesimo, anche la capacità di adattare il proprio registro linguistico al contesto. Capacità che si va perdendo, come sottolinea di recente C. Segre11, con l'effetto di un generale impoverimento e imbarbarimento del linguaggio.

L'italiano e le lingue straniere

Nel 2100 parleremo inglese? Come ogni lingua l'italiano ha sempre attinto nuove parole e costrutti dalle altre: già in Dante troviamo francesismi e provenzalismi. Per secoli furono i cugini francesi a rifornirci di forestierismi legati alla moda, alla tecnica, alla cucina (“pollo allo spiedo”, “baionetta”, “toilette”). Durante il ventennio la politica culturale nazionalista del fascismo tentò di cancellare le minoranze linguistiche e impose la sostituzione di termini stranieri con parole italiane o addirittura con neologismi (non “chauffeur” ma “autista”, non “menù” ma “lista”, non “alcool” ma “alcole”, non “offside” ma “fuori gioco”). Sta di fatto che quasi per reazione, ma anche per via dell'occupazione anglo americana, dal dopoguerra gli italiani sono diventati sempre più esterofili e l'inglese come lingua di prestigio ha finito per sostituire il francese12.

Così la francese “camionetta” è stata sostituita dalla “jeep” (da G.P., “general purpose”), da “fuori strada” (“off-road”) e più di recente da S.U.V. (“sport utility vehicle”) e “crossover”. Potremmo andare avanti per ore: la globalizzazione ha accentuato l'import e (in minima misura) l'export linguistico. Guardando un tele- giornale si ha l'impressione di un lento soccombere dell'italiano, seppellito da prestiti adottati senza neppure considerare l'esistenza di equivalenti italiani, spesso sbagliando la pronuncia o fraintendendo il significato.13

Colpa delle nuove tecnologie? A mio parere è fuorviante accusare internet. Al contrario, l'informatica offrendo nuovi mezzi espressivi può favorire la conservazione e la diffusione di lingue e dialetti: Wikipedia parla italiano (660.000 voci), piemontèis (24.000 voci), sicilianu (15.500 voci), furlan (800 voci) ecc. Senza alimentare troppe illusioni, ovviamente, dato che in inglese la stessa Wikipedia vanta ben 3.200.000 voci! Attribuisco quindi la colpa di tanti inutili anglicismi, il “latinorum” del XXI secolo, più alla debolezza dei parlanti italiano che alla forza dell'inglese.

Di recente è stato presentato un disegno di legge per l' istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua Italiana, analogo alle accademie esistenti in altri Paesi europei, per tutelare la lingua nazionale. Sarebbe utile? A parte che qualcosa del genere esiste già, ed è la prestigiosa Accademia della Crusca, dubito che sarebbe risolutivo: a mio parere la battaglia va combattuta anzitutto nelle scuole.

Un breve cenno al fatto che in Italia risiedono quasi 4 milioni di stranieri regolari (Istat) e oltre mezzo milione di clandestini (O.C.S.E.). Le implicazioni culturali del fenomeno mi sembrano sottovalutate: si pensi che, a differenza di altri Paesi, come Stati Uniti e Svizzera, per ottenere la cittadinanza in Italia non è richiesto di dimostrare la conoscenza né delle leggi né della lingua nazionale.Per non parlare dell'immensa risorsa che potrebbero diventare per la diffusione dell'italiano i milioni di connazionali all'estero14, oggi pressoché dimenticati. Ma questa è un'altra storia.


La “questione della lingua” è oggi un problema di democrazia e di integrazione. La scuola italiana ha grandi responsabilità. Idealmente dovrebbe formare giovani trilingui, in grado di esercitare le abilità linguistiche fondamentali in almeno tre idiomi e di passare dall'uno all'altro a seconda dei contesti: il proprio dialetto, lingua degli affetti famigliari e delle radici, oppure la propria lingua d'origine; l'inglese, lingua di scambio culturale e di lavoro; l'italiano, lingua della cittadinanza attiva nel proprio Paese15.

Prof. Gaudenzio D'Andrea


1“Le persone educate negli altri paesi d'Europa si giovano della lingua nazionale, e lasciano i dialetti alla plebe. Or questo in Italia è privilegio solo di chi, viaggiando nelle provincie circonvicine, si giova d*un linguaggio tal quale tanto da farsi intendere, e che potrebbe chiamarsi mercantile ed itinerario. Bensì chiunque, dimorando nella sua propria, si dipartisse appena dal dialetto del municipio, affronte­rebbe il doppio rischio e di non lasciarsi intendere per niente dal popolo, e di farsi deridere nel bel mondo per affettazione di letteratura.” (U.Foscolo)

2 Attualmente in Spagna il castigliano è una delle quattro lingue ufficialmente riconosciute, assieme a galiziano, basco e catalano.

3“Non si tratta di rinunziare al carissimo nome di lingua italiana, nome che l'Europa c'insegnerebbe, quando non l'usassimo noi, come chiama lingua spagnola quella che gli Spagnoli chiamano ancora castigliana (…) Si tratta d'applicare quel nome a una cosa reale, e dalla quale si possa, per conseguenza, aver l'effetto che si desidera; a una cosa, alla quale convenga il sostantivo prima di tutto e poi anche l'aggettivo; a una cosa che sia e lingua e italiana; lingua per natura, e italiana per adozione, perché voluta dagli Italiani per loro lingua comune.” A.Manzoni, Lettera all'accademico della Crusca Giacinto Carena (Sulla lingua italiana, 1846).

4 “Il dottore presta una fede troppo grande anche a quelle mie benedette confessioni che non vuole restituirmi perché le riveda. Dio mio! Egli non studiò che la medicina e perciò ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto. Una confessione in iscritto è sempre menzognera. Con ogni nostra parola toscana noi mentiamo! Se egli sapesse come raccontiamo con predilezione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario! È proprio così che scegliamo dalla nostra vita gli episodi da notarsi. Si capisce come la nostra vita avrebbe tutt'altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto.” I.Svevo, La coscienza di Zeno.

5 Pavese: “Il dialetto è sottostoria. Bisogna invece correre il rischio e scrivere in lingua”

6 Scrive Camilleri: “Quando andai all'Accademia nazionale di arte drammatica, nel 1949, dal momento che lì ti richiamavano al dovere della pronunzia italiana, e quindi del totale ragionare in italiano, io mi resi conto che in realtà traducevo dal siciliano. Una traduzione di necessità limitativa, e dire che l'italiano lo conoscevo bene, ma rispetto a come conosco il siciliano, era come parlare in inglese. Certe sfumature, certe cose mi sfuggivano.” Più o meno gli stessi concetti che abbiamo visto nella nota 4 in Svevo. 80 anni prima!

7 L'obiettivo fissato dalla strategia di Lisbona nel 2000, cioè la riduzione del 20% dei quindicenni con scarse capacità di lettura, appare per ora utopistico dato che secondo i test O.C.S.E. nulla è cambiato in Italia dal 2000 al 2006.

8 In regioni come il Veneto, il Friuli-Venezia-Giulia, marche, Umbria e in genere in tutto il Sud oltre il 20% della popolazione usa il dialetto anche con estranei. Sempre al Sud quasi il 70% della popolazione parla dialetto in famiglia. Tra i giovani il dialetto favorisce l'aggregazione e l'identificazione sociale, dando luogo addirittura a gerghi distinti dal linguaggio degli adulti e della scuola.

9 Dai tempi del poeta romano la popolazione dell'Urbe si è moltiplicata per 14 per via dell'immigrazione dal centro sud. Inevitabile quindi lo stravolgimento del dialetto locale.

10 Vale forse la pena di ricordare che Christian è figlio del celebre regista laziale Vittorio De Sica (1901-1974), uno degli artefici del linguaggio cinematografico neorealista.

11 "Sappiamo che ci si esprime diversamente parlando a un re o a uno straccivendolo, in un’assemblea o all’osteria, a un superiore o a un compagno di bisbocce; o anche a un vecchio o a un bambino. Cambia la scelta delle parole: sventurato, sfortunato, scalognato, iellato, sfigato hanno, più o meno, lo stesso significato, ma appartengono a registri diversi. (...) Chi non sa usare i registri crea situazioni d’imbarazzo, e può persino offendere, quasi ricusasse le differenze tra le categorie e le funzioni sociali." Cesare Segre, Corriere della sera del 13 gennaio 2010.

12 Alberto Sordi ci ha lasciato un'indimenticabile parodia dell'esterofilo nel film Un americano a Roma (1954) di Stefano Vanzina.

13 Occorre distinguere tra forestierismi, cioè parole prese a prestito da altre lingue (“kamikaze”, “welfare”), e calchi. I calchi possono essere strutturali, ovvero costruzioni italiane modellate su costrutti stranieri (“fine settimana” da “week end”, “grattacielo” da “skyscraper”), oppure semantici, ampliando il significato di termini italiani esistenti (“realizzare” ha assunto il significato inglese di “to realize, rendersi conto”). A volte un prestito è necessario se non esiste un sinonimo corrispondente in italiano (“bipartisan”). Spesso è soltanto una moda: “fiction” al posto di “sceneggiato”, “staff” al posto di “personale”, “news” al posto di “notizie”. Per i documenti digitali ricorriamo senza pensarci troppo a “file”, mentre i francesi si sono dati la pena di inventarsi “fichier”. Per non parlare di termini inglesi che in inglese non esistono con l'accezione usata in Italia, come “lifting” o “basket”. Più pericolosi a mio parere i calchi, perché provocano uno spostamento semantico della nostra lingua, spesso inconsapevole. Ad esempio si dice “salvare” un file anziché “archiviare” o “memorizzare” semplicemente perché in inglese il verbo “to save” ha anche questa accezione. Ho trovato in un sito web “link rotto”, brutale traduzione di “broken link”. E in un tema “cadere in amore” ricalcato su “to fall in love”.

14 60-70 milioni secondo le stime della Chiesa cattolica italiana.

15 Testi utilizzati: B. Migliorini e I. Baldelli, Breve storia della lingua italiana, Firenze, Sansoni 1989, un po' datato ma ancora valido per la storia della nostra lingua fino agli anni '50. Per una panoramica della lingua ho riletto G.L. Beccaria, Italiano antico e nuovo, Garzanti 1988. Molto utile l'articolo Il dialetto del nuovo millennio: usi, parlanti, apprendenti di Flavia Gramellini, Ianua n° 8 2008, consultabile on-line. Tutti gli enti citati, dall'Istat all'Accademia della Crusca, hanno pubblicato sui rispettivi siti internet i loro studi. I quotidiani permettono di consultare sul loro sito tutti gli articoli delle ultime annate.