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Liceo G.Spezia di Domodossola


Desiderio e ignoranza della verità

Conferenza della prof. Paola Pagani

di Paola PAGANI

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La verità non esiste. È vero?

In memoria di A. Algieri, D. Gnemmi e C. Pagliano

DESIDERIO E IGNORANZA DELLA VERITà

Paola Pagani

1. BRICIOLE DI FILOSOFIA

Il paradosso è la passione del pensiero, e i pensatori privi del paradosso sono come amanti senza passione: mediocri compagni di gioco… Il supremo paradosso del pensiero è questo: voler scoprire qualcosa che esso non può pensare   S. Kierkegaard

 

La verità prima e somma, che supera ogni intelletto, è incomprensibile ed infinita   Tommaso

Che cosa desidera l’anima più fortemente della verità?   Agostino

Desideriamo la verità e non troviamo in noi se non incertezza   B. Pascal

  Si desidera ciò che non si ha e di cui si sente la mancanza. De-siderare, secondo l’etimologia latina, designa la condizione di chi è stato privato delle stelle (sidera): di quella luce sente la mancanza, a quella luce anela a ritornare. Il desiderio è quindi espressione della nostra povertà e incompiutezza, e nello stesso tempo della nostra apertura a qualcosa che ci trascende, che è poi la verità, come dice Agostino. Infatti, desideriamo le cose più disparate, ma le vogliamo tutte non per finta, bensì “davvero”: non ci accontentiamo di immaginarle!

  Il desiderio è l’Eros del Simposio platonico: a metà strada tra povertà e ricchezza, ignoranza e sapienza, morte e immortalità… ciò che si procura gli sfugge di mano: infatti non possiede nulla, ma è ingegnoso, audace, coraggioso, cacciatore, pieno di risorse perché appassionato di saggezza e ricercatore di sapienza. L’essere aperti alla verità ci rende capaci, come Eros, di vivere bene, senza capitalizzare, accumulare, possedere la verità. Anzi, si conosce veramente solo ciò che si ama, quindi la verità, prima di essere asserzione di una cosa, è movimento, tensione, verso di essa: è appetitus (Natoli). Possiamo dire che il desiderio della verità e l’attenzione verso di essa ci introducano già nel regno della verità: Socrate è sapiente perché sa di non sapere e ama la sapienza.

  Colui che desidera la verità, e la cerca, sa che la verità non è una creazione umana: noi siamo cercatori, non creatori, di verità, altrimenti potremmo immediatamente realizzare, avverare, tutti i nostri sogni e desideri. Il vero precede, fonda e al tempo stesso supera la nostra conoscenza (Cf. Tommaso), che è intenzionalmente aperta a ciò che è fuori di noi. Il pensiero che non ammette nessuna realtà al di fuori di sé è un pensiero ripiegato su se stesso, che non conosce meraviglia, stupore, e che non si fa interrogare da nulla. È un pensiero privo di passione (Cf. Kierkegaard), che non si pone delle vere sfide, come pensare l’impensabile, l’infinito, l’eterno, il mistero. Nel confronto con la verità, che ci supera, il nostro pensiero riconosce i propri limiti: la verità può essere raggiunta, ma non dominata e compresa. Es.: acqua di sorgente: possiamo berla, ma non trattenerla; se imbottigliata, si degrada....

  Il pensiero umano dunque può realmente cogliere la verità, ma solamente in “briciole”…

La causa della difficoltà della ricerca della verità non sta nelle cose, ma in noi. Infatti, come gli occhi delle nottole nei confronti della luce del giorno, così è la nostra intelligenza nei confronti delle cose che, per natura loro, sono le più evidenti di tutte   Aristotele

2. L’ESSERE: LA VERITà “OGGETTIVA”

La verità è lo splendore della realtà   S. Weil

   Tra i testi del XX secolo dedicati al tema della verità, L’essenza della verità (1943) di M. Heidegger è uno dei più significativi. Il titolo ci introduce immediatamente nel cuore stesso della riflessione filosofica, perché cercare l’essenza della verità non significa cercare la verità di qualcosa, bensì ciò che caratterizza la verità in quanto tale. Che cosa intendiamo quando parliamo di verità? Il vero è ciò che realizza un accordo. In Platone e Aristotele la verità è solo logica (è una qualità dei discorsi): il vero dice le cose come sono, il falso dice che sono le cose che non sono. Voltaire disse una volta che, in attesa di una migliore definizione, la verità è un’affermazione su come stanno davvero le cose: secondo Lynch, questa, per quanto fosse una battuta, è una delle migliori definizioni che esistano della verità, anche perché concorda con quella classica.

   Dunque, la verità presuppone unarelazione, una conformità al reale (Cf Weil). Maritain parla di relazione non deformante, che non altera né modifica la realtà, ma semmai noi stessi.

   Ma questa relazione non va solo dall’intelletto alle cose (verità logica), ma anche dalle cose all’intelletto. Tutte le cose non solo sono vere in quanto esistono, ma sono anche più o meno vere in quanto realizzano l’accordo con ciò che devono essere (verità ontologica). Le cose si presentano quindi come ordinate ad essere conosciute. Ed è per questo che siamo in grado di distinguere, ad esempio, tra due metalli apparentemente uguali, l’oro vero (che ha un certo numero atomico) da quello falso.

   La verità ontologica fonda quella logica, perché il giudizio del pensiero non deve assorbire la cosa, trasformandola in una mera rappresentazione psicologica: altrimenti, verrebbe meno uno dei termini della relazione e sarebbero indecidibili la verità e l’errore. Se io dico: “La neve è bianca”, la frase può essere o vera o falsa: in particolare, è vera se, e solo se, la neve è bianca (Cf. Tarski). Ma, se io dico: “Oggi, la neve non mi appare bianca”, o: “Preferisco pensare che la neve non sia bianca”; queste frasi risultano inconfutabili. Non c’è più un rapporto con i fatti, trattandosi di affermazioni puramente soggettive, di cui si può prendere atto, ma che non si possono discutere.

    Il pensiero, per essere nella verità, deve rapportarsi alla cosa in modo che questa si presenti così com’è in se stessa, cioè deve stare aperto sull’ente, senza tentare di fagocitarlo o deformarlo per adeguarlo alle proprie categorie conoscitive. Proprio in quest’apertura consiste l’essenza della verità. E quest’apertura - che è l’uomo stesso, in quanto intenzionalità, progettualità, esistenza - si fonda nella libertà. L’essenza della verità è la libertà.

   Libertà è lasciare che l’ente si manifesti così com’è: non è il pensiero che determina il presentarsi dell’ente, ma l’ente si manifesta per il solo fatto di essere. La verità è aletheia (non-nascondimento), svelamento dell’essere. L’essere, per Heidegger, è nello stesso tempo ciò che è più vicino all’uomo (noi siamo fondati nell’essere) e ciò che ne è più lontano (in quanto infinito). Questo essere non è semplicemente la somma di tutto ciò che esiste, è semmai, come dice Jaspers, il Tutto-avvolgente, l’orizzonte che racchiude tutte le cose, ma che non si può mai raggiungere, per quanto ci si muova verso di esso. Esso si sposta in continuazione, rappresentando sempre un’ulteriorità mai pienamente dominabile e comprensibile.

   Per Heidegger, lo svelamento dell’essere, infatti, avviene nella radura (Lichtung), cioè nello spazio vuoto di enti, aperto, libero. Nel ni-ente si presenta l’essere, quell’essere che si manifesta, ma soprattutto si nasconde negli enti finiti, determinati, limitati, perché è infinito, indeterminato, illimitato.

   La verità, allora, non è solo aletheia, svelamento, che ha come essenza la libertà; è anche assenza, nascondimento e, in quanto tale, non ha essenza: la non-essenza della verità è mistero.

   Il mistero è una verità che ci comprende, ci possiede (Marcel) e che noi non comprendiamo, non possediamo, e che, proprio per questo, dà senso alla nostra vita. Einstein ha detto: L’esperienza più bella e profonda che un uomo possa avere è il senso del mistero… Chi non ha mai avuto quest’esperienza mi sembra che sia, se non morto, almeno cieco. È sentire che dietro ogni cosa che può essere sperimentata c’è qualcosa che la nostra mente non può cogliere del tutto e la cui bellezza e sublimità ci raggiunge solo indirettamente come un debole riflesso.

   Se l’uomo trascura, dimentica il mistero, perde la reale misura di sé, si abbandona nella vita corrente presso le sue faccende, assumendo esclusivamente la propria soggettività come misura per tutte le cose. Così l’uomo erra lontano dall’essere, non è nella verità. Insegue l’avere, il potere, l’apparire, il calcolare, il produrre, il consumare, senza però trovare il senso autentico della sua esistenza, perché ha smarrito il senso dell’essere. Eppure anche l’errare (antiessenza della verità) rimanda all’essenza della verità, la libertà. Se ci riconosciamo erranti e fallibili, è perché entriamo in relazione con qualcosa che ci trascende: se non esistesse la verità, non ci sarebbe neanche l’errore. Popper sostiene: chi non riconosce l’oggettività della verità, non ammette neanche la propria fallibilità e i propri limiti e si rifugia in teorie soggettivistiche che hanno tutte lo stesso inconveniente: pretendono di essere inconfutabili, eludono troppo facilmente qualsiasi critica. Chi riduce tutta la realtà ad un’interpretazione soggettivistica non sbaglia mai, in quanto è ripiegato su se stesso; chi è aperto al confronto con la realtà ammette di poter sbagliare. Per questo Heidegger dice che l’errore èl’essenziale antiessenza dell’essenza originaria della verità: l’errore è possibile solo nell’apertura alla realtà, cioè nella libertà, cioè nella verità. Si fallor, sum (Agostino).

   Seguendo la riflessione heideggeriana, la verità è stata ricondotta alla libertà, al mistero, all’errore: noi siamo liberi perché l’essere (mistero) ci si manifesta non imponendosi con violenza, non costringendoci a riconoscerlo, ma ritraendosi, nascondendosi negli enti finiti, mutevoli, perituri, e rende così possibile l’errore. Se la verità implica tutto questo, allora la verità non può essere la vuota generalità di una universalità astratta, ma semmai una comunicazione, un rapporto vivente tra due soggetti che non si lascia racchiudere entro schemi concettuali uniformi, tipici dell’astrazione intellettuale. Il linguaggio della verità aletica non è quello rigorosamente univoco della scienza né quello superficiale e banalizzante della chiacchiera che genera equivoci, ma quello simbolico della poesia che rinvia ad una pluralità di significati, diversi ma non escludentisi (Symbolon = ciò che unisce). Questo linguaggio suscita stupore, chiede una risposta concreta, accende il desiderio, la voglia di mettersi in cammino.

3. LA VIA: LA VERITà “SOGGETTIVA”

è difficile parlare della verità perché, sebbene ce ne sia una sola, è vivente e ha quindi un volto che cambia con la vita   F. Kafka

   Il cammino della verità è diverso per ogni uomo: lo richiede la libertà su cui si fonda la verità, lo richiede il carattere inesauribile e inoggettivabile del mistero a cui tende la verità. Per dirla con un esempio matematico, a seconda del punto di partenza, sono infinite le operazioni che portano ad avere come risultato “1” (2:2=1; 0,2x5=1; -2+3=1; 4-3=1…). La verità è per tutti la realizzazione dell’unità, ma, perché sia fatta propria da ognuno, deve diventare “soggettiva”. Cf Kierkegaard, Postilla conclusiva non scientifica. Non si vuole dire che ognuno di noi si crei una sua verità, o che ci sia perfetta reciprocità tra verità e interpretazione: la verità si apre a diverse interpretazioni ugualmente valide, ma se le interpretazioni deformano la realtà non sono vere. Platone ce ne dà un bell’esempio: le opposte idee di identico e diverso, di quiete e movimento, sono tutte buone e vere, in quanto conformi alla realtà. Dell’essere, invece, non si dà un opposto buono e vero, perché la negazione dell’essere è una non-realtà, cioè non è. Affermare che la verità è soggettiva significa dire che la verità è vita, non dogma.

   Oggettivamente si sottolinea il QUOD (ciò) che si dice, soggettivamente il QUOMODO (come) lo si dice. Es.: la preghiera di un adoratore del vero Dio può essere meno vera di quella di un idolatra. Ciò che è la verità può, sulla bocca dell’uno o dell’altro, diventare non verità. (Kierkegaard)

   Weil: Lo scolaro che oggi ripete “La Terra gira intorno al Sole” pensa di saperne più di Pitagora: in realtà, egli non guarda più le stelle… Possiamo affermare di sapere qualcosa se questa non è diventata in noi “carne e sangue”? 

   Kierkegaard (Esercizio del Cristianesimo): Io non conosco la verità “in verità”, se non quando essa diventa vita in me… La verità non può essere separata dalla via e dalla vita. Quando Gesù dice, nel Vangelo di Giovanni (14, 6) di essere la via, la verità e la vita, vuol dire che non si può conoscere la verità senza percorrere la via, senza una ricerca lunga, faticosa, sofferta.

   La verità è la via: il fatto che generazioni e generazioni l’abbiano percorsa prima di noi non cambia la situazione dell’ultima generazione e di ciascun singolo uomo: tutti devono cominciare dall’inizio in quella via che è la vita. La situazione è diversa nella scienza: lì noi possiamo godere i risultati del lavoro e della fatica altrui e arrivare in poco tempo allo stesso punto che ad altri è costato decenni di sacrifici. Nella scienza, la verità è il risultato, nella vita è solo la via: chi vuole abbreviare cade in errore!

4. POSTILLA CONCLUSIVA NON SCIENTIFICA

La ricerca della verità sotto un certo aspetto è difficile, mentre sotto un altro è facile. Una prova di ciò sta nel fatto che è impossibile ad un uomo cogliere in modo adeguato la verità, e che è altrettanto impossibile non coglierla del tutto: infatti, se ciascuno può dire qualcosa intorno alla realtà, e se, singolarmente preso, questo contributo aggiunge poco o nulla alla conoscenza della verità, tuttavia, dall’unione di tutti i singoli contributi, deriva un risultato considerevole   Aristotele

   Lungo la via che è la verità, non siamo soli. Ognuno percorre la sua via, ma la presenza degli altri, che lungo vie diverse vivono la stessa verità, è di grande arricchimento. Ricorro ad un esempio esplicativo, tratto da uno scritto di N. Cusano e riportato dall’antropologo tedesco J. Splett. Immaginiamo di essere disposti a semicerchio attorno ad uno di quei ritratti che sembrano guardare direttamente l’osservatore, in qualsiasi angolo di visuale si ponga. Ciascuno si sentirà guardato direttamente ed esclusivamente. Se io, tenendo lo sguardo rivolto al quadro, cammino davanti ad esso, mi accorgo che lo sguardo mi segue sempre. Ma la onnicomprensività dello sguardo non consiste nel fatto che guarda continuamente me, bensì nel fatto che contemporaneamente guarda tutti gli altri. Per cogliere tale onnicomprensività, io ho bisogno, oltre che dell’esperienza diretta del mio vedere, della testimonianza di un altro, in posizione diversa da me.

   La verità non si manifesta solo direttamente, ma anche in modo mediato, attraverso gli altri, che mi raccontano la loro via. La mediazione non annulla in nessun modo l’immediatezza dell’esperienza vissuta. La fiducia nella parola dell’altro non sostituisce il mio vedere, ma lo completa. Fede ed esperienza procedono insieme.

   La relazione con gli altri, se è nel segno dell’apertura alla verità, mi mostra ancor più chiaramente la meravigliosa ed insondabile ricchezza della realtà, i miei limiti e la mia insufficienza, il mio bisogno di aiuto.

   Non ci possiamo concepire come assolutamente liberi. Siamo legati agli altri sin dalla nascita da mille vincoli ineliminabili, alcuni sono autentici vincoli di affetto, amore, amicizia, che rischiarano la nostra esistenza, altri sono inautentici ed opprimenti. Secondo Splett, libertà non significa assenza di qualsiasi vincolo, ma “essere appesi” ad un legame superiore. Es.: una sfera fragile è libera di oscillare non se non ha legami (cadrebbe a terra e si romperebbe), ma se è legata da un filo ad un punto fisso superiore. Se si aumenta il numero dei fili di ancoraggio, diminuisce la libertà di oscillazione fino ad essere praticamente nulla. Ma se appendiamo tutti i vari fili, a loro volta, ad un unico gancio superiore, la sfera recupera la libertà di oscillazione.

   È l’essere legati ad un punto più alto che permette la libertà: e questa relazione al punto più alto è la verità!

BIBLIOGRAFIA
  • M. Heidegger, Sull’essenza della verità, La Scuola, Brescia 1985
  • K. Jaspers, La mia filosofia, Einaudi, Torino 1948
  • S. Kierkegaard, Briciole di filosofia, Postilla conclusiva non scientifica, Esercizio del Cristianesimo, in Opere, Sansoni, Firenze 1988
  • J. Maritain, Distinguere per unire. I gradi del sapere, Morcelliana, Brescia 1981
  • K. R. Popper, Congetture e confutazioni, Il Mulino, Bologna 1989

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  • G. Bertuzzi, La verità in Martin Heidegger, ESD, Bologna 1991
  • M. Cangiotti, Può la verità essere impersonale?, “Il Nuovo Areopago”, anno 5, n. 2 (18), pp. 78-89
  • Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, Città Nuova, Roma 2002 – voci Verità e Einstein
  • M. Lynch, La verità e i suoi nemici, Cortina, Milano 2007
  • S. Natoli, La verità in gioco, Feltrinelli, Milano 2005
  • V. Possenti (a cura di), Ragione e verità, Armando Editore, Roma 2005
  • J. Splett, L’incontro come introduzione nella libertà, “Il Nuovo Areopago”, anno 3, n. 3 (11), pp. 42-58.